Preziosi veli e stoffe a Lucca legati all’Annunziata e al Crocifisso (1383 e 1485)
Parlando del velo – il tessuto fine e leggero, talvolta trasparente, di seta, lana, cotone” o anche il “drappo di stoffa leggera usato, soprattutto un tempo, dalle donne per coprire il volto, il capo o le spalle” (definizione del Grande Dizionario della Lingua Italiana) – tornano alla mente tante immagini dipinte o le parole, viste, lette e sentite. La prima ad affacciarsi alla memoria è la bella visione di Dante nella Vita nuova (XXIII), riguardante Beatrice:
“Lo immaginar fallace / mi condusse a veder madonna morta; / e quand’io l’avea scorta, / vedea che le donne la covrian d’un velo ...”.
Il gesto delle donne commuove il Poeta: forse perché Beatrice fu delicata e fine come il velo che la copriva e quindi la rappresentava; oppure perché la giovane e la sua “umiltà verace” indussero al rispetto e all’attenzione anche dopo il trapasso; o ancora perché Dante provò il pudore della morte, non volle cedere alla paura del nulla e al disinteresse e offrì ai defunti e ai vivi il gesto del velo, gentile e umanissimo.
Di certo non fu una sensibilità solo sua: il delicato sentimento sottinteso dal velo evidenzia nell’animo i momenti di importanza e di passaggio. Si associa alla sposa e al velo che le copre il capo il giorno delle nozze, o alle suore e alla banda di tela che portano sempre in testa. Come si dice per metafora, all’atto della vestizione, le religiose “prendono il velo”.
Ma il velo, né poteva essere altrimenti, è congiunto stretto della religione: presso gli antichi ebrei fu la “tenda di tessuto prezioso che celava alla vista il santuario che custodiva l’arca dell’alleanza”. Nel cattolicesimo si velarono per rispetto le immagini sacre nelle chiese.
E di quest’ultimo uso numerosi e significativi esempi si trovano in ogni tempo e in vari documenti. Nel nostro particolare vogliamo ricordarne due che furono connessi alla Lucca devota del medioevo, a una stoffa preziosa e alle immagini scomparse di Maria Annunziata e del Crocifisso che abbellivano alcune sue chiese.
1) In un testamento del 1383 si legge che la signora Agata “uxor magistri Iacobi quondam Nicolay fizici [medico]” della contrada di San Salvatore in Mustolio, figlia di ser Giovanni del fu Nicolao Arlotti notaio lucchese, per la sua anima e in remissione dei peccati, volle essere sepolta nel cimitero e chiostro dei frati Minori di San Francesco di Lucca e far celebrare mille messe, l’ufficio del trentesimo e le messe di San Gregorio. Nel codicillo invece mutò pensiero e dispose di essere tumulata in San Salvatore in Mustolio.
Quindi dispose:
– di far mandare al monastero di Sant’Angelo in Monte nel piviere di Brancoli “unus homo seu una femina decemseptem sabatis continuis” (un uomo o una donna per 17 sabati continui);
– di far corrispondere due fiorini d’oro alla sorella Antonia monaca agostiniana nel monastero di San Nicolò Novello;
– di dare al convento (associazione) dei Cappellani di Lucca un fiorino d’oro per la celebrazione di messe nel suo anniversario;
– e di pagare a Pina vedova di ser Paolo Iacobini di Lucca due fiorini.
Inoltre (e siamo finalmente alle stoffe preziose):
– “iudicavit, dixit, voluit et mandavit dari, apponi et offerri in ornamento figure et ymagini Crucifixi in ecclesia Sancti Salvatoris in Mustolio unam coppiam tovalliorum senensium,” (tovaglie da altare di qualità ignota detta senese) e:
– “iudicavit, dixit, voluit et mandavit dari, apponi et offerri figure et ymagini beate Virginis Marie Adnuntiate q. est in ecclesia Sancti Petri Maioris raubam suam de velluto vergato cum lontora varii a pede ...” (la sua veste di velluto vergato con lontre, varie dal piede – traduzione mia).
A questi oggetti la sagrestia di San Pietro Maggiore dovette conferire una sorte diversa: usò le tovaglie per l’altare e vendette per denaro la veste di velluto, come usava allora. Ma è difficile saperlo senza altri documenti.
Invece una parentesi è dovuta alla suddetta chiesa di San Pietro Maggiore detta un tempo anche della Madonna dei Miracoli.
Distrutta nel 1513 per far posto alle nuove mura, aveva l’abside dove è oggi porta San Pietro. Rimasta però integra l’immagine della Vergine, venne ‘salvata’ e attorno ad essa costruito l’oratorio “della Madonnina” rimaneggiato nei secoli e ancora oggi presente.
Non fu un oratorio qualsiasi. Scrisse Giovan Domenico Mansi nel Diario sagro, 1836, al 5 gennaio, vigilia dell’Epifania: “Ai tempi della repubblica, il Gonfaloniere cogli Anziani e con l’una e l’altra Congregazione si portavano in questa sera alla benedizione del Venerabile in San Romano; e nell’uscire dal pubblico palazzo sempre visitavano la Santissima Vergine dei Miracoli posta nella chiesa di San Pietro Maggiore attualmente distrutta, la qual sacra immagine ora si venera nella chiesa di San Romano”.
2) Sempre a Lucca nel 1485 fece testamento il notaio ser Manfredo di Nicolao Domaschi, il quale, oltre a stabilire diversi legati per parenti e amici, ordinò:
– di essere sepolto nella chiesa di San Romano, dei domenicani, nel suo sepolcro davanti all’altare di San Mauro;
– di far celebrare diverse messe anche il giorno seguente alla festa di San Mauro, [discepolo di San Benedetto, † in Francia 584, ricorrenza il 15 gennaio] nonché di far fare, a favore dell’altare dedicato al santo, due ferri per ritenere le cortine e due candelabri di ferro per sostenere le candele accese;
– di legare all’opera “vero et cappelle Sancte Crucis” due ceri di sei libbre per illuminare quando“elevet Corpus Christi in altari in dicta cappella”;
– e di donare due pezzi terra situati a Nozzano al Trebbio agli olivetani di San Ponziano.
Soprattutto volle lasciare due veli di seta:
– “et ita mandavit imagini et simulacro Annuntiate Sancti Romani di Luca iure legati et pro salute anime sue reliquit unun velum sete pretii et estimationis medii ducati”;
– come pure alla chiesa di Sant’Alessandro Maggiore e alla sua sagrestia: “reliquit unum alium velum sete eiusdem pretii et extimationis medii ducati quod velum fieri debeat per ecclesiam quando datur pax per eum qui fert pacem ad deobsculandum, ut moris est” (lasciò anche un altro velo di seta dello stesso prezzo, stimato mezzo ducato, che la chiesa dovrà fare quando la pace sarà concessa da colui che porta la pace, per svelarlo come da consuetudine – ancora traduzione mia).
Altri legati interessanti riguardarono:
– il fratello di ser Manfredo, prete Urbano, al quale venne concessa l’abitazione nella casa del testatore e l’usufrutto “domuncole nove” sita nella contrada di Sant’Alessandro Maggiore “iuxta plateam Sancti Giminiani a parte anteriori a parte posteriori iuxta ortum fratrum Cartusie ... [l’orto dei certosini]”;
– la sorella suor Agnese professa del terzo ordine di San Domenico, la quale doveva avere annualmente sei salme di vino e quattro libbre di olio del podere di Poggio “Turris”;
– il fatto che l’atto fu rogato presso il letto “in camera magna nova” della casa di ser Manfredo situata nella contrada di Sant’Alessandro Maggiore, presenti i testimoni: frate Nicolao di Giovanni da Bologna abate del monastero di San Ponziano, frate Battista da Rieti dell’ordine di San Domenico, frate Domenico di Antonio da Lucca dell’ordine San Benedetto di Monte Oliveto, fra Alessandro di Lorenzo Mannini di Lucca dell’ordine di San Domenico, Giovanni dei Guidiccioni e Nicolao del fu Battista Arnolfini.
Paola Ircani Menichini, 26 giugno 2026. Tutti i diritti riservati.
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